Jovanotti mi ricorda Gerusalemme

Sarà che lo ascoltavamo spesso in macchina. Avevamo una macchina bianca e piccola col cambio automatico. Faceva un po’ fatica nel deserto a fare le salite, ma i tornanti in discesa erano perfetti. Forse mi ricorda Gerusalemme perché per fare tutte quelle scale mi ripetevo le parole delle canzoni, e mi venivano in mente quando hai fame nessuno puo’ mangiare per te e quando hai sete nessuno puo’ bere per te, e mi venivano in mente c’è un temporale in arrivo, porta novità, porta novità. Il temporale non veniva mai, veniva solo il sole e la sera veniva il vento. Ce ne stavamo seduti, io Michele e Andrea su una torretta nel cuore della città vecchia, rinchiusa fra le porte sorvegliate. Ce ne stavamo seduti su una torretta di un convento con le croci rosse sui tetti, vedevamo un albergo distrutto davanti a noi ed eravamo immersi negli alberi e nelle palme. Contavamo i gatti che uscivano ed entravano dalle finestre di quell’albergo distrutto. Se sai contare solo fino a 7, non vuol dire che il numero 8 non esiste, sentivi l’elettricità e il silenzio. Qualche persona camminava sotto di noi. Sotto la nostra torretta si vedevano dei quadratini gialli (finestre accese), rumori d’acqua (la pulizie delle scale con l’acqua che parte dallo scalino più alto), e noi sulla torretta avevamo una birra a testa in un bicchiere. E sentivamo il vento. Il vento, a Gerusalemme, è una di quelle cose che chiunque, se lo sentisse, se lo ricorderebbe fino alla morte. E’ l’unica cosa leggera in quella città, è il sollievo alla sera. Ma non un sollievo normale, un sollievo che ti solleva in tutti i senti. E fluttui per un po’ in quel vento, tu sulla torretta, e vedi il caldo che stagna di sotto.

District 9, Maastricht 3

Abbiamo la novità dei post-it minaccia vicino al termostato in cucina. La squinzia ha scritto un papiro intero, un a4 fitto fitto di olandese incazzoso. L’ho fotografato con l’iPhone e ho cercato di tradurlo con google ma non aveva alcun senso, così le ho incollato un post-it più dolce scritto in rosa vicino al suo dove chiedevo una spiegazione. Non ci dobbiamo preoccupare, è solo la minaccia di morte verso il metallaro che spegne il riscaldamento quando vuole e fa andare in palla la caldaia. Infatti è un paio di giorni che vengono a bussarci la squinzia o il metallaro per dirci hey, puoi riaccendere la caldaia? è andata in blocco. E la caldaia è attaccata a camera nostra. Sì, anche mentre siamo impegnati in cose intime, esattamente, si sente toc-toc-toc. Quindi ora mi immagino tantissimo la squinzia, dall’alto del suo metro e 90 e biondità suprema con una fascetta alla rambo bussare alla porta del metallaro con un coltello fra i denti. E mi immagino il metallaro dire in olandese qualcosa come bella squinzia, qual buon vento ti porta? e il conseguente urlo acutissimo della biondazza mentre lo accoltella. Sarebbe bellissimo. Ma torniamo a noi.
Le mucche quì dietro stanno impazzendo. Muggiscono dalla mattina alla sera e io non capisco cos’abbiano.

Stupido Facebook

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In che senso? Che fino alla cerniera sono firmate poi il resto è made in china? Siete fastidiosi a prescindere, almeno fate gli annunci con un senso.

District 9, Maastricht 2

la squinzia e quello metallaro studiano giapponese. per questo motivo, l’armadietto in cucina della squinzia è gustosamente ricco di alghe secche, bacchette suddivise meticolosamente in tre gruppetti e zuppe di noodles sottovuoto. noi ci limitiamo ad avere la nostra moka in camera da letto che la mattina ci sveglia con l’odore del caffè. ieri ho comprato un bonsai, è bello grosso e l’abbiamo battezzato trentemoller. l’ho messo sotto l’unica finestra che c’è e spero che non muoia dopodomani perché è proprio bello, e rilassa. peccato che in stanza ci sia ovunque una moquette marrone di un marrone improponibile.
il topo non si è ancora fatto vivo. lo sto aspettando. abbiamo anche comprato una bottiglia di martini da tenere in camera, non si sa mai. questa mattina il toso mi ha addirittura detto gud mornin’ e non mi aspettavo tanta accoglienza, visto che ogni volta che cerco di intraprendere una conversazione le sue risposte sono “yep” “nou”.

District 9, Maastricht 1

ci sono 3 coinquilini. due maschi e una donna. non ho idea di come si chiamino i maschi ma la femmina si chiama jessica. ci sono due cucine, e vi spiego perché: quella principale è talmente disordinata che jessica, che d’ora in poi sarà chiamata squinzia, inorridisce e preferire usare quella nello scantinato che almeno è pulita.
c’è un bagno con l’idromassaggio ma nessuno spazzolino da denti, tutti girano col loro beauty su e giù dalle scale e nessuno mette in sharing niente. la wifi si chiama teh1337n3ss e la dice lunga sullo stato di nerditudine dei due ragazzi. quello metallaro lo chiameremo quello metallaro, e l’altro lo chiameremo toso. vicino a camera nostra c’è la stanza caldaie, con delle trappole per topi. questo non è buono.
in camera nostra abbiamo messo la bandiera italiana dei savoia, e resterà lì. nel frigo ci sono 7 cartoni di latte, tutti e 9 scaduti. ah no, solo 7, per fortuna.
io e michele abbiamo più scarpe di tutti loro messi assieme e il nostro armadio sta per implodere su se stesso, ci sono troppi vestiti dentro.
ho lasciato un post-it sulla porta della squinzia per pregarla di poter usare la sua cucina.

Chicco

- Regagliamogli un campo di cocomeri maturi.
- Un ascensore?
- Una cornice digitale con stampante incorporata…!!
- Un tatuaggio!
- No dai, siamo seri. Un impianto home teathre.


- Si, con 200 euro della Chicco.

Let it snow let it snow let it snow

Quì a Bologna nevica, e vuole dire solo una cosa: vecchiette pellicciose che scivolano in piazza, con le loro badanti, e lasciano volare chissà dove il loro colbacco peloso; poliziotti che fanno a pallate di neve noncuranti del punkabbestia che spaccia dietro di loro, autobus che non girano perché c’è troppo traffico e intasamento ovunque ma la gente, al posto che imprecare, guarda col naso attaccato e appanna il vetro guardando fuori, moonboots che ricompaiono da armadi anche se non ce n’è bisogno, luci di natale che illuminano con un leggero alone tutta la neve intorno, cioccolate calde che si sprecano. Anche un bel po’ di poltiglia grigia per i prossimi giorni.
E Jingle bells rock che risuona in casa mia a volume altissimo.

Il male del mondo

…se qualcuno me lo chiedesse, direi l’opzione “ritarda la sveglia” quando la mattina suona e tu vuoi dormire ancora 5 minuti.

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Cioè, io e Michele stiamo assieme da una Moleskine intera. Sono sconvolta.

Disagio

Una delle cose che mi ha sempre messo a disagio è il bagno delle donne in un qualsiasi locale, discoteca, pub, posto-dove-si-va-di-notte qualunque. Per il discorso che la prima volta che ho messo piede in discoteca avevo già 17 anni quasi 18, non ero abituata a vedere tutta quella fauna femminile davanti agli specchi e tutti quei rossetti mi davano alla testa, per non parlare dei lucidalabbra glossy che mi ubriacavano proprio.
Le matite consumate perfettamente in linee drittissime e pesanti sotto gli occhi e i mascara che alcune pronunciavano con la k, maskara, passati sicuri sulle ciglia con la bocca leggermente aperta e l’amica di fianco che la sgomitava per sbaglio e la reazione “dai, stronza, mi fai sbavare tutta!”.
Io ero sempre lì perplessa a non guardarmi allo specchio perché non volevo vedere la mia immagine riflessa con capelli morti e labbra molto meno carnose delle loro, e non osavo assolutamente guardarmi i piedi perché avrei visto le mie scarpe in confronto ai loro tacchi 78. Tutta quella luce, quei faretti puntati in faccia, guarda c’è uno specchio, fatti bella, dai, fatti bella, cosa fai lì come un ebete. Odio totale. Il rifiuto. Mi limitavo ad appoggiarmi alla colonna, e se non c’era una colonna allora al lavandino, con la schiena sulle piastrelle fredde del muro, e appena si liberava un bagno mi fiondavo dentro la porta e chiudevo a chiave con tutta l’energia che avevo. E se non c’era la serratura che andava, piantavo un piede davanti la porta e lo tenevo lì, saldo, pur di fare le acrobazie per fare pipì. I bagni delle donne. Quando uscivi c’era sempre la stronza di prima a cui avevi rubato il turno che ti guardava dall’alto con la sua frangia perfetta castana e le sue unghie finte e tu uscivi passando sotto il suo braccio puntellato alla porta. Uscivo e basta da quel bagno e mi scompigliavo i capelli nel corridoio che riportava al locale. E ringraziavo sempre il buio che mi nascondeva in mezzo al mucchio.