Passaggio

poi una donna fa un po’ quello che vuole, modella a suo piacimento, convince con uno sguardo e si arrabbia con un pensiero. io ho tante passioni, ne ho troppe: mi piace l’informatica, mi piace la fotografia, mi piace la moda, mi piace dormire, mi piacciono i gufi e mi piacciono i tatuaggi. e allora mi sono sempre chiesta, dovrei diventare tatuatrice, dovrei diventare stilista? le possibilità si stringono molto perché, si capisce, non so disegnare. quindi non potrei tatuare addosso a persone i miei errori e non potrei pagare qualcuno che disegni vestiti che ho io nella mia testa. l’allevatrice di gufi? che lavoro è? è forse un lavoro? non lo so, ma sinceramente mi aspetto un sacco di cacca di gufo e nessuna fonte di guadagno. poi potrei addestrarli, ma non sono ancora san francesco, non penso ne sarei capace. allora proviamo a fare la violinista, la flautista, la pianista, la strumentista di qualcosa. alle medie ho suonato per tre anni il flauto traverso e prendetemi in giro o no, è stata una delle esperienze più emozionanti in assoluto. ho cercato di rimpiazzare il mio flauto con una chitarra acustica negli anni successivi ma non c’era paragone, ho provato con una chitarra elettrica perché mi ero arrabbiata ma è andata peggio: ho lasciato tutto così com’era e ho smesso di suonare. mentre alle medie, in due anni ero diventata bravissima e le parti difficili, nell’orchestra, le avevo sempre io e mi sentivo molto gratificata, con la chitarra la mia gratificazione si riassumeva nel via-vai di calli sulle mia dita, visto che non suonavo abbastanza e continuavano ad andarsene. il flauto era qualcosa di individuale, che studiavi in camera tua, un po’ come nei film no? e se ci penso mi viene in mente quella luce puntata sullo spartito, ti studiavi tutto a casa da sola, e poi magicamente suonavi la stessa cosa in mezzo a 60 persone dell’orchestra e tutti sapevano esattamente cosa dovevano fare, da soli: il direttore d’orchestra credetemi serve, ma la vostra testa serve ancora di più. dopo la chitarra non sapevo bene come rimpiazzare quel lato musicale o creativo o artistico che fosse, quindi ho iniziato a fotografare. nessuno sa veramente come ho iniziato, nemmeno io onestamente: mi hanno regalato una digitale hp da poco, qualcosa come 3 mpixel e usavo quella per fotografare i miei amici. e loro fotografavano me. perché l’importante, di una foto dove ci sei tu, non è quanto sei bello, o quanto sei venuto bene, o se sembri più magra, ma chi te l’ha scattata, e se te l’ha scattata qualcuno a cui vuoi bene allora la foto è automaticamente riuscita. capisco che il concetto di cui parlo non sia molto verificabile adesso, infatti si scatta più per gioco che per ricordo, e questo mi logora. non ho mai fatto una fotografia tanto per, ma sempre e solo tanto per “ricordare”. la flautista l’ho abbandonata da qualche parte nella soffitta. ma c’è. è sempre lì, la riprenderò, ne sono sicura, anche in camera mia, da sola, senza ricordarmi i tasti. ma non era un mestiere. e il conservatorio era troppo chiuso. e non vedevo neanche lì un possibile lavoro. vedevo solo passione, che poi il liceo mi ha bruciato. non avevo più tempo, avevo tempo solo per uscire dal mio guscio di introversa secchiona e farmi degli amici. è stato fin troppo complicato, quindi ho proprio cambiato aria. le fotografie. la fotografa, potrei fare la fotografa? lo faccio già? un po’. e quindi non voglio portare sfortuna. la fotografia potrebbe essere il mio lavoro, se si degnasse di fare il salto di qualità che aspetto da un po’. ma arriverà. e ora arriviamo al problema. l’informatica. dove la metto l’informatica in mezzo ai tatuaggi, ai gufi, alla musica alla moda alla fotografia? non ha senso, non ci sta, è proprio fuori luogo; per questo devo studiarla. devo investire su di lei e prendermi una laurea. per lasciarla staccata dal resto. dal mucchio di passioni deve stare lontana e a parte, un pezzo di carta in una cornice attaccata a un chiodo. il computer è, anche questo, un po’ difficile da capire ma io vi assicuro che gli informatici veri lo sentono. io non lo sento, ma lo coccolo. è uno sforzo. l’informatica deve stare lì. deve esserci, da qualche parte, in bella vista, nella mia casa, nel mio computer, nel mio tutti-i-giorni. come la flautista in soffitta. e la fotografa nella praticità di tutti i giorni, e nella mia testa costantemente. e la stilista, nel mio armadio, tutti le mattine e tutte le sere. e deve esserci la tatuatrice sulla mia pelle. e l’addestratrice di gufi per capire cosa voglio fare nella vita. per dominare le idee, per insegnargli dove andare. per non volare troppo lontano.

No Trackbacks

You can leave a trackback using this URL: http://www.aenimation.it/blog/archives/966/trackback

One Comment

  1. “perché l’importante, di una foto dove ci sei tu, non è quanto sei bello, o quanto sei venuto bene, o se sembri più magra, ma chi te l’ha scattata, e se te l’ha scattata qualcuno a cui vuoi bene allora la foto è automaticamente riuscita.”

    questa me la rivendo per giustificare le ditate, il flash inutilizzato, le foto mosse in generale e (il massimo raggiunto) un rullino intero di un week end a Bologna andato perso per non averlo agganciato sull’apposito rullo..
    - Vabbo’ non e’ venuta bene la foto, pero’ vi voglio un mondo di bene -

    Posted 8 maggio 2010 at 16:30 | Permalink

Post a Comment

Your email is never shared. Required fields are marked *

*
*