Jovanotti mi ricorda Gerusalemme

Sarà che lo ascoltavamo spesso in macchina. Avevamo una macchina bianca e piccola col cambio automatico. Faceva un po’ fatica nel deserto a fare le salite, ma i tornanti in discesa erano perfetti. Forse mi ricorda Gerusalemme perché per fare tutte quelle scale mi ripetevo le parole delle canzoni, e mi venivano in mente quando hai fame nessuno puo’ mangiare per te e quando hai sete nessuno puo’ bere per te, e mi venivano in mente c’è un temporale in arrivo, porta novità, porta novità. Il temporale non veniva mai, veniva solo il sole e la sera veniva il vento. Ce ne stavamo seduti, io Michele e Andrea su una torretta nel cuore della città vecchia, rinchiusa fra le porte sorvegliate. Ce ne stavamo seduti su una torretta di un convento con le croci rosse sui tetti, vedevamo un albergo distrutto davanti a noi ed eravamo immersi negli alberi e nelle palme. Contavamo i gatti che uscivano ed entravano dalle finestre di quell’albergo distrutto. Se sai contare solo fino a 7, non vuol dire che il numero 8 non esiste, sentivi l’elettricità e il silenzio. Qualche persona camminava sotto di noi. Sotto la nostra torretta si vedevano dei quadratini gialli (finestre accese), rumori d’acqua (la pulizie delle scale con l’acqua che parte dallo scalino più alto), e noi sulla torretta avevamo una birra a testa in un bicchiere. E sentivamo il vento. Il vento, a Gerusalemme, è una di quelle cose che chiunque, se lo sentisse, se lo ricorderebbe fino alla morte. E’ l’unica cosa leggera in quella città, è il sollievo alla sera. Ma non un sollievo normale, un sollievo che ti solleva in tutti i senti. E fluttui per un po’ in quel vento, tu sulla torretta, e vedi il caldo che stagna di sotto.

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