Cioccolatini

Una scatola di cioccolatini ti tenta.
Poi quando non sai cosa fare ti tenta ancora di più. Il punto è che non esiste qualcosa da fare, materialmente quando pensi a come occupare il tuo tempo già stai facendo qualcosa. La gente preferirebbe qualcosa di più pratico da fare durante la giornata rispetto a pensare a cosa fare. La parola fare poi, che ho ripetuto cinque o sei volte fino qui, è abbastanza vaga. Fare cosa vuol poi dire? Svolgere, costruire?
Non saprei.
Ad ogni modo, quando una scatola di cioccolatini ti tenta, ne prendi uno e lo mangi. Ma fin qui non sarebbe una tentazione. Sarebbe un uso normale della scatola di cioccolatini. Il punto è che dopo il primo ne prendi un altro. Dopo il secondo prendi il terzo. E poi il quarto, magari, e la tentazione sta nel mangiarne uno dietro l’altro. Ma non è anche questo lo scopo della scatola di cioccolatini? Trasferire i cioccolatini dalla scatola al tuo stomaco? Allora il punto forse risiede nel tempo.
Trasferire i cioccolatini nel tuo stomaco in un intervallo di tempo che sia maggiore di.. un giorno? Un’ora? Non esiste un’unità specifica di tempo, dove dentro sei esagerato e fuori sei nella media. Quando una persona ha davanti a sé una scatola di cioccolatini, cosa fa? Quanti ne mangia? Uno due tre, li finisce, non ne mangia neanche uno?
Mi sorgono dei dubbi sul significato della parola tentare, allora. Se tentare vuol dire far qualcosa che non si dovrebbe fare, come ingrassare mangiandosi troppi cioccolatini, stare nella media vuol dire mangiarseli lo stesso, ma con più calma, non tutti in dieci minuti. Ma le calorie sono le stesse, in un’ora o in una settimana. Col problema che magari una settimana dopo sono meno freschi.
Ecco allora il problema: se le calorie sono le stesse, perché dovrei aspettare a mangiarli? Perché non si fa, è sbagliato, vado contro l’essenza della scatola di cioccolatini?
Uno ogni tanto quando ho bisogno di dolcezza, uno ogni tanto se i compiti in classe che ho corretto sono andati male e i miei alunni non hanno capito niente delle desinenze tedesche e sono una pessima insegnante, uno ogni tanto se sto stirando la camicia di mio marito che mi tradisce?
O tanti in una volta che tanto non cambia niente?
Non saprei proprio.
Riflettendoci comunque, chi se ne importa. Uno mangia un cioccolatino quando gli va. E se uno non basta se ne mangia anche cinque.

Super Attack

Nel mondo servirebbero più spiegatori. Ad esempio, lo spiegatore per i miei genitori che illustra loro tutta la mia situazione universitaria con infinita pazienza e chiarezza, rispariandomi 5 o 6 tentativi inutili. Lo spiegatore di città quando arrivi in una dove non sei mai stato. Che sempre con la stessa immensa chiarezza ti illustra i mezzi pubblici, dov’è il tuo ostello, quanto costano i taxi, a che ora si cena e quando sorge il sole. Oppure lo spiegatore di lavatrici quando questa è scritta in una lingua che non sai e non ci sono i simbolini tipici lavatriceschi. Per non parlare dello spiegatore dei locali e dei pub. Dove puoi sederti, dove si paga, dov’è il bagno, se si ordina al bancone o se viene qualche cameriere. Lo spiegatore di sigarette. Che ti dice proprio come si fa a fumarne una, le sensazioni che proveresti, dalla prima all’ultima, che ti spiega come ti sentirai prima e dopo, con enfasi, tanto da farti sembrare che te la sei fumata davvero. Lo spiegatore di computer per anziani. Sono sicura che tutti gli anziani, se capaci, diventerebbero amici con i computer. Sarebbero gli unici a dar loro il buongiorno e a chiedergli come stanno, se hanno bisogno di qualcosa, e gli racconterebbero anche le loro storie. Magari scrivendole su un documento word, per esempio, al posto che raccontarle a nipotini che a 7 anni non hanno voglia di ascoltare, ma che a 18 hanno voglia di leggere. E vorrei anche gli spiegatori della morte e della vita, per chi è triste e non sa più cosa pensare. Ma non vorrei quelli per conoscere le persone, le persone sono belle da scoprire da soli. E neanche quelli per cucinare. Penso nemmeno quelli per imparare ad andare in bici. Ho un dubbio, su quelli per imparare dai propri errori.

Esci di prigione gratis

Figurati.. con questo vestito? Tu hai mai avuto vestiti sfigati? Ti piace questo vestito? Non sono successe mai belle cose con questo vestito.
Ma stasera l’ho guardato e gli ho detto.. Ti concedo un’altra possibilità. E mi rifiuto di farmi dare un’altra delusione da te.

District 9 – Maastricht 4

Ieri mentre uscivo dal bagno con un asciugamano arrotolato nei capelli ho visto il nuovo coinquilino Renzo, che d’ora in poi verrà chiamato GGG (grande gigante gentile, vista la sua statura di 2metri e 15 circa) che spolverava dappertutto e puliva come un invasato. Dopo due mesi di felice permanenza, i due sacchetti dell’immondizia pieni fino all’orlo sono stati finalmente portati fuori e il bancone della cucina degli uomini è stato pulito umanamente. In bagno poi, sono stati rimossi tutti i tubi di cartone della carta igienica. Quando finisce un rotolo, in questa casa, la sua anima non viene gettata, no, viene depositata modello collezione sul davanzale della finestra. Ce n’erano almeno 30. Li ha buttati via tutti, uno per uno, e ha anche pulito per terra. It was necessary mi ha detto, quando lo guardavo sconvolta col mio asciugamano in testa e la schiuma per capelli in mano. Mi sembrava troppo strano che un GGG a caso si mettesse a pulire dappertutto come una massaia romagnola. Poi abbiamo capito il perché: la sera a cena c’era un esemplare di olandese femmina, con tanto di iPhone bianco e capelli biondi raccolti, abbastanza alta, con la voce stridula. Amica o flirt non l’abbiamo capito, ma tutto quel casino di pulizie non si fa per un’amica qualsiasi. Soprattutto se si rischia di prendere la clamidia ogni cosa che si tocca.
In ogni caso, mentre stavamo riponendo le pizze surgelate in freezer è sceso dalla sua tana il Toso, tranquillo se ne va in bagno con la sua schiuma da barba e chiede hey, hai visto il mio asciugamano? Michele mi punta il dito addosso e sillaba un ASK HER molto preciso. Io lo guardo e dico ASK RENZO, è lui che ha pulito tutta la casa per fare una sveltina stanotte. Il toso va dal GGG e dice hey, il mio asciugamano? E il GGG come se niente fosse, lo accompagna vicino alla lavatrice dove c’è tutta una serie di sacchetti e stracci ed estrae l’asciugamano azzurro ormai marrone dicendo l’ho usato per pulire per terra!, facendo segno con le mani sul pavimento, era tutto una merda e questo era già sporco! Il toso guarda prima il GGG, poi sè stesso, e decide che è meglio tacere. Guarda l’asciugamano sconsolato e lo lascia lì, nel mucchio di stracci vicino la lavatrice. E sconsolato se ne va di sopra, nella sua tana, con il suo barbino da adolescente ormonato.

Mudd

Oggi pomeriggio ho deciso di andare a farmi un giro quì nel vicinato per fare qualche fotografia alle case. Ho notato che le case quì intorno sono tutte molto carine, hanno sempre una combinazione di tende-porte-tetti che mi piace da matti. Ho preso sono la Pentacon Six con me e un esposimetro analogico. Avevo una felpa grigia chiara col cappuccio. Ho visto subito dopo essere uscita che era abbastanza caldo. Ho girato l’angolo in una stradina privata, penso, e c’erano due pony marroni chiari e un cavallo che mi fissava. Ne ho approfittato, ho fatto due foto controluce. Ho visto delle coppie sui motorini olandesi che si polleggiavano. Sono andata un po’ avanti e ho visto un cimitero. Sono entrata e c’erano delle persone che pregavano, quì niente foto, ho proseguito e sono uscita dal retro. Ho visto un scorcio molto carino e ho fatto una foto strana, penso sia sottoesposta pero’. Poi sono andata avanti per un po’ e ho visto un mini supermercato piccolissimo. Di quelli estivi, avete presente quelli che vendono praticamente solo tè in lattina, francobolli e gelati? Ecco, solo che non era propriamente estate e oggi chiudeva alle 14. Quindi era chiuso. Poi nella stessa strada ho visto una casa con un garage viola. Ma viola, giuro. Ho fatto una foto frontale, e un’altra con un’esposizione diversa. Poi lì vicino è sbucato un cancello blu scuro con un simbolo giapponese enorme, oro, e ho detto che dovevo fotografarlo assolutamente, e ne ho fatte altre due. Poi il contapose s’è incartato e devo aver detto qualcosa di italiano abbastanza sozzo. Comunque, ho proseguito. Ho visto un pappagallo enorme verde alla finestra di una casa. Vivo, muoveva la testa! In foto non sarebbe venuto… Andando verso la fine della strada ho visto anche una macchina rossa old school e quindi ho fotografato anche quella. Beh, ho scoperto anche una passeggiata sul fiume, dove si vedono le pale eoliche, quelle bianche enormi. Una stradina di mattoni strettissima che passa di fianco alle case, e le case sono tutte strane, ce n’era una con la maniglia a forma di testa di ariete. Poi ho capito perché: nel giardino aveva due arieti. Mi sono appostata alla rete per guardarli e loro si sono messi a correre verso di me. Stavo già per darmela a gambe, pero’ c’era la rete e si sono fermati. Volevano solo del cibo penso, si sono messi a belare e io me la sono comunque data a gambe perché avevo troppa paura che scavalcassero la rete. Andando avanti ho incontrato un signore con due cani. Sono arrivata alla fine della strada. Bon, ho detto, torniamo pure indietro.. tornando indietro ho fatto una foto al cielo, era strano, sempre maledicendo il contapose e sono scesa da una scaletta infangatissima che portava alla riva del fiume. Trallallero trullallà, ho dato una botta pazzesca. Le mie all-star lilla non hanno tenuto sotto 3 centimetri di poltiglia fangosa e mi sono ritrovata col culo per terra, incazzata, infangata e Maude ricoperta da 2 dita di schifo marrone. E’ anche arrivato un cane ad annusarmi. Il padrone mi ha detto qualcosa in olandese che non ho capito. Con le mani totalmente color fango me ne sono tornata a casa, perché proprio era il caso, e camminavo rasente i muretti perché avevo il terrore che la gente pensasse che me l’ero fatta addosso, mentre era solo fango putrido. La chiave l’ho trovata nella tasca del giubbotto e grazie a iddio sono rincasata e mi sono lavata le mani col detersivo per i piatti. Per ripulire Maude ci ho messo un’ora.

Poi ho rovinato tutto mettendomi un becco di gallina finto.

Quindi ero lì, in macchina, ed avevo un boa lilla arrotolato al collo: piumoso, che sventolava da solo, sventolava perché io respiravo lentamente e le piume si muovevano dappertutto. E la macchina era coperta di neve e dal finestrino vedevo solo un mucchietto di cristallini bianchi ammucchiati e una fettina della casa di fianco, bianca anche lei e di legno col tetto spiovente. E il tergicristalli s’era fermato perché il ghiaccio più di così non se ne andava dal vetro. E c’era neve ovunque fuori dalla macchina e la strada era ricoperta da una patina sottilissima di ghiaccio che luccicava e io avevo il mio boa lilla intorno al collo e alla radio si sentiva una canzone di quelle come un rumore di fondo che aumenta e aumenta e aumenta ma non dà fastidio, ti rilassa, e tu vedi solo un sacco di piume che sventolano e ti rilassano tantissimo. Penso che al posto delle pastiglie tranquillanti dovrebbero regalare un boa lilla alle persone nervose.

Shampoo

Quando compro una bottiglia di shampoo o di balsamo per capelli non penso mai quando lo finiro’. Voglio dire, normalmente lo finisco una settimana dopo averlo comprato, o due al massimo, e lo finisco a casa mia. Certi shampi pero’ sono destinati a finire in altri posti. Tipo, quando ero al supermercato in agosto e ho comprato due flaconi di shampoo, non potevo immaginarmi che uno l’avrei finito a Gerusalemme. Non lo sapeva neanche lo shampoo, penso. Non immaginavo neanche di utilizzare il mio balsamo in Olanda quando me l’ero comprato, pensavo arrivasse solo in Danimarca visto che l’avevo comprato per quello e invece no. Succede anche con gli occhiali da sole, con gli auricolari delle cuffie, ma è proprio un discorso diverso, normalmente quelli non muoiono all’estero, quelli durano un po’ e di viaggi ne fanno più di uno. Invece uno shampoo va proprio a finire nell’immondizia di un altro paese, quando prima si trovava su uno scaffale di una normalissima conad italiana. Mi piacerebbe essere uno shampoo a volte.

Boredom.

Ciao *****.
Ho sempre voluto scriverti, sinceramente, pero’ non so perché non l’ho mai fatto. Forse perché ho paura di essere scambiata per una patetica invidiosa, comunque… Ogni tanto mi soffermo a guardare le tue foto e il mio pensiero è sempre uguale: che palle. E sai qual è il bello? Che siamo in 4 o 5 su tutta la terra a pensarlo, che palle, quando le guardiamo. Sono di una banalità indecente e non andrebbero bene neanche per il catalogo barbie. Non ho detto catalogo barbie a caso, ma perché proprio lo stile è identico. Poi voglio dire, hai un centinaio di commenti per ogni fotografia e tanti di quegli ammiratori che guarda, onestamente, mi viene da vomitare. Poi a volte capito anche sul blog. I tutorial.. Oh beh, i tutorial sono poi un bel dire, sono abbastanza esatti devo dire, anche se trovo sempre, in ogni post, qualche stronzata. Ma mi annoierei a morte a correggerti, poi d’altronde non mi dispiace che tu possa restare nelle tue convizioni, una su tutte: sono una professionista. Ah-ah. L’altra cosa è il tuo pessimo senso dell’umorismo, ma sorvolo, sorvolo. Ti scrivo quì per chiederti un paio di cose, ma tu, i fan, li paghi? Sono tutti amici tuoi, vero? Non credo che la gente possa trovare davvero interessanti le foto che fai. La vedo veramente dura, cioè.. Ok che la gente ha dei gusti abbastanza campati per aria, ma così tanto, cielo, spero di no! Poi scusa, chi è che ti ruba le foto? Penso che lo standard medio sia fatto da ragazzine myspace.. Insomma non più di così.. Se ci fosse davvero qualcuno a rubarti le foto per una questione seria allora non ho proprio capito niente di fotografia. Cioè oddio, della tua fotografia. Non ci ho mai visto niente di innovativo, creativo, diverso. Ci ho visto solo disegni e pessimi still life. Comunque, pazienza, insomma. Poi forse un giorno te la spedisco questa e-mail, intanto la lascio quì sul blog come promemoria.. Salutami tanto la tua fiera foto numero 1 su flickr sotto la parola *****. Non posso dirla, altrimenti si capisce.

Per quasiasi domanda

http://www.formspring.me/aenima

Jovanotti mi ricorda Gerusalemme

Sarà che lo ascoltavamo spesso in macchina. Avevamo una macchina bianca e piccola col cambio automatico. Faceva un po’ fatica nel deserto a fare le salite, ma i tornanti in discesa erano perfetti. Forse mi ricorda Gerusalemme perché per fare tutte quelle scale mi ripetevo le parole delle canzoni, e mi venivano in mente quando hai fame nessuno puo’ mangiare per te e quando hai sete nessuno puo’ bere per te, e mi venivano in mente c’è un temporale in arrivo, porta novità, porta novità. Il temporale non veniva mai, veniva solo il sole e la sera veniva il vento. Ce ne stavamo seduti, io Michele e Andrea su una torretta nel cuore della città vecchia, rinchiusa fra le porte sorvegliate. Ce ne stavamo seduti su una torretta di un convento con le croci rosse sui tetti, vedevamo un albergo distrutto davanti a noi ed eravamo immersi negli alberi e nelle palme. Contavamo i gatti che uscivano ed entravano dalle finestre di quell’albergo distrutto. Se sai contare solo fino a 7, non vuol dire che il numero 8 non esiste, sentivi l’elettricità e il silenzio. Qualche persona camminava sotto di noi. Sotto la nostra torretta si vedevano dei quadratini gialli (finestre accese), rumori d’acqua (la pulizie delle scale con l’acqua che parte dallo scalino più alto), e noi sulla torretta avevamo una birra a testa in un bicchiere. E sentivamo il vento. Il vento, a Gerusalemme, è una di quelle cose che chiunque, se lo sentisse, se lo ricorderebbe fino alla morte. E’ l’unica cosa leggera in quella città, è il sollievo alla sera. Ma non un sollievo normale, un sollievo che ti solleva in tutti i senti. E fluttui per un po’ in quel vento, tu sulla torretta, e vedi il caldo che stagna di sotto.